Regione Piemonte

Storia del Museo civico di Arte Moderna

Last update 28 January 2019

 

L’avventura del “Museo Civico d’Arte Moderna” a Mombercelli è iniziata nel 1972 per iniziativa di un gruppo di promotori, amanti dell’arte, che immaginava qualcosa di diverso per il proprio paese:  fra questi si ricordano Caro Caratti, già Direttore dei Musei civici di Asti ed abile incisore, don Francesco Cartello, attuale parroco, Mario Castagneri, Giulio Zandrino, proprietario dei locali in cui furono inizialmente esposte le opere, il gallerista torinese  Stefano Pirra.  Diversi artisti risposero all’appello dei promotori  donando una o più opere e fornendo la propria consulenza  e così il Museo per alcuni anni divenne il fulcro culturale della piccola comunità; tra i donatori si annoverano  artisti di fama internazionale come Armando De Stefano, Bruno Martinazzi e Lorenzo Guasco e altri che hanno in seguito ricevuto  la Cittadinanza Onoraria di Mombercelli come Simon Benetton, Enrico Paolucci e il critico d’arte Angelo Dragone

Successivamente le opere passarono di proprietà al Comune che si impegnò a conservarle e a promuoverne la conoscenza.  Dopo un periodo di custodia dovuto alla mancanza di locali espositivi idonei, negli anni novanta  l’Amministrazione Comunale, guidata dal Sindaco Canapero e su iniziativa degli assessori Ciancio Fausto e Giamello Roberto, decise il trasferimento  delle opere nell’ex carcere mandamentale e affidò l’incarico di conservatore del Museo a Gianmaria Lisa, giornalista della redazione Cultura dei telegiornali della Rai. Egli si  dedicò  con grande entusiasmo, per oltre dieci anni, ad arricchire la storia del Museo contattando altri artisti e promuovendo iniziative per pubblicizzarne l’esistenza.  Oltre a rendere visibile l’originaria collezione,  organizzò diverse mostre fra cui quella su Carlo Leva, scenografo di fama internazionale,  e  Paolo Spinoglio scultore; grazie al suo impegno, è stato possibile realizzare nei locali del Museo  una biblioteca di circa 1080 libri, tra volumi d’arte e cataloghi, donati prevalentemente dalla famiglia  Donat-Cattin e catalogati dalla dottoressa Lidia Ollino, allora referente della Biblioteca Civica.

(nella foto in alto, Angelo Dragone, l'ex sindaco Renato Canapero, Simon Benetton, il conservatore Gianmaria Lisa e l'assessore alla Cultura Fausto Ciancio).

L’Amministrazione Comunale, insieme alla Regione Piemonte e alla Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, dimostrò  ancora di più il suo impegno culturale con il finanziamento del restauro dell’edificio, affidando il progetto all’architetto Laura Fiandrotti; sotto le indicazioni della Soprintendente per i Beni Architettonici e per il Paesaggio del Piemonte, architetto Cristina Lucca, si sono svolti i lavori  di risanamento per risolvere i delicati e spinosi problemi conservativi della sede (dalla deumidificazione all’impiantistica) durati un paio d’anni.
In attesa della catalogazione delle opere secondo la vincolante normativa vigente e la conseguente esposizione delle stesse, le porte delle vecchie carceri si sono riaperte nel 2004 con la mostra di Francesco Casorati, promossa dall’Amministrazione Comunale e allestita dalla Consulente d’Arte Anna Virando e dall’architetto Marta Franzoso (per l’occasione si è anche realizzato il logo del Museo); l’artista piemontese protagonista dell’arte del ‘900, figlio del celeberrimo Felice, ha esposto a Mombercelli una trentina di tele e una grande struttura in legno realizzata apposta per uno spazio gabbia all’interno delle primitive celle al piano terra.
Dal 2005, la neo curatrice Anna Virando, che ha sostituito il curatore Gianmaria Lisa, in collaborazione con i membri del Direttivo,  nell’intento di dare continuità e visibilità al Museo sul territorio, ha organizzato più mostre, come quella di Carlo Carosso, Mark Cooper, Stefano Drago e poi tante altre (vedere la sezione: mostre precedenti)  ed ospitato incontri di musica e poesia in collaborazione con l’Associazione Culturale “Lo Spettatore” di Asti.
Dopo un quarto di secolo dall’inaugurazione, quella che poteva sembrare una stranezza è diventata una solida struttura culturale, un funzionale spazio espositivo da collocare permanentemente tra i 3000 luoghi italiani di cultura.